Irlanda e Israele: le ragioni di una distanza

Ogni tanto un ambasciatore viene richiamato, una dichiarazione parlamentare solleva polemiche, o un tweet accende il dibattito. Irlanda e Israele intrattengono relazioni diplomatiche da decenni, eppure il loro rapporto è percorso da una tensione quasi costante, che affonda le radici in esperienze nazionali molto diverse e in una visione spesso contrapposta del conflitto israelo-palestinese.
Capire questa distanza significa andare oltre la cronaca e osservare come la memoria storica irlandese abbia plasmato una sensibilità particolare verso la causa palestinese. L’Irlanda non ha una significativa comunità ebraica né una diaspora palestinese numericamente rilevante; il suo posizionamento nasce altrove. Nasce da una storia di occupazione, resistenza e lotta per l’autodeterminazione che molti irlandesi riconoscono, in forme diverse, nella narrativa palestinese.
Non è un caso che l’Irlanda sia stata l’ultimo paese dell’Unione Europea a concedere a Israele l’apertura di un’ambasciata residente, e che sia spesso tra i primi a criticare l’espansione degli insediamenti o l’uso della forza a Gaza. I paragoni tra la lotta irlandese per l’indipendenza e quella palestinese, sebbene storicamente imperfetti, hanno una presa emotiva in un paese dove il racconto nazionale si costruisce ancora attorno alla resistenza contro un potere esterno.
Questa vicinanza emotiva non si è mai tradotta in una rottura formale, ma ha prodotto attriti diplomatici ricorrenti. Tel Aviv ha più volte accusato Dublino di essere il governo europeo più ostile nei confronti di Israele, mentre dall’altra parte si replica che la critica non è verso lo Stato in sé ma verso politiche ritenute contrarie al diritto internazionale. Il riconoscimento dello Stato di Palestina, su cui il governo irlandese si è impegnato formalmente, rappresenta il punto più avanzato di questo scontro simbolico.
Eppure, sarebbe un errore leggere la relazione soltanto attraverso la lente del conflitto. Esiste un interscambio commerciale, seppur modesto, e una cooperazione in ambito tecnologico e farmaceutico che poco ha a che fare con la politica estera. Le aziende irlandesi operano nel mercato israeliano della sicurezza informatica, e viceversa startup israeliane guardano all’Irlanda come porta d’accesso all’Unione Europea. Questo pragmatismo convive con la retorica pubblica, creando una convivenza a tratti schizofrenica tra affari e principi.
La recente decisione irlandese di sostenere il procedimento della Corte internazionale di giustizia sul possibile genocidio a Gaza ha ulteriormente deteriorato i toni, ma non ha prodotto conseguenze economiche rilevanti. Il governo israeliano ha reagito con durezza, ma entrambi sanno che i legami commerciali e tecnologici sono più resilienti della polemica del momento.
Dietro questa vicenda si scorge una domanda più ampia: può un paese piccolo, periferico e con una storia coloniale alle spalle influenzare il dibattito internazionale su Israele? L’Irlanda dimostra che si può. Non perché detenga un potere diplomatico smisurato, ma perché incarna un modello di coerenza narrativa che pesa nei consessi europei. Quando Dublino parla di occupazione o di diritto all’autodeterminazione, lo fa con una voce che risuona famigliare in molti paesi del Sud globale e che costringe i partner continentali a fare i conti con la propria ambivalenza.
Questa distanza tra Irlanda e Israele non è destinata a colmarsi nel breve periodo. Non dipende da singoli episodi ma da una visione strutturale che vede nella condizione palestinese un riflesso, seppur imperfetto, della propria storia. E finché la memoria collettiva irlandese rimarrà ancorata a quella ferita, la critica verso Israele continuerà a essere non solo politica, ma soprattutto culturale.

Source: HotArticle

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