Chi ama la montagna raramente pensa al soccorso alpino finché non ne ha bisogno. Eppure ogni anno migliaia di persone si ritrovano a chiamare i numeri di emergenza da un sentiero, da una parete o da un pendio innevato: una caduta, una frattura, un malore, un'escursione finita troppo tardi, uno sciatore fuori pista travolto da una valanga. Il soccorso alpino è la rete che in quei momenti fa la differenza tra un incidente e una tragedia. Conoscerne il funzionamento, però, non è utile solo in emergenza: aiuta anche a capire quanto la montagna richieda rispetto, pianificazione e senso di responsabilità.
Che cosa si intende per soccorso alpino
Con l'espressione soccorso alpino si indica l'insieme delle attività di salvataggio e assistenza svolte in ambiente montano: terreni impervi, alta quota, pareti rocciose, grotte, versanti innevati. Non è un semplice trasporto di feriti. Si tratta di operazioni che richiedono competenze specifiche di alpinismo, speleologia, scialpinismo, tecniche di recupero con corde, lettura del terreno e capacità di operare in condizioni meteorologiche spesso difficili.
In Italia questo servizio è delegato per legge al Soccorso Alpino e Speleologico, organizzato attraverso il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, che opera in stretto collegamento con il sistema di emergenza sanitaria territoriale. Un aspetto che sorprende molti è che questo corpo è composto quasi interamente da volontari: alpinisti, scialpinisti, speleologi che si allenano tutto l'anno e che lasciano il lavoro o la casa quando arriva una chiamata, di giorno o di notte, con bel tempo o nel bel mezzo di una tormenta.
Chi interviene e con quali mezzi
Un intervento tipico vede coinvolti più attori. Il primo anello è la centralina di emergenza, raggiungibile tramite il numero unico 112, oggi attivo in gran parte del territorio nazionale. Da lì viene attivato il soccorso alpino della zona, che valuta la situazione e decide come operare.
Quando le condizioni lo permettono, il mezzo più importante è l'elicottero. In Italia il soccorso aereo viene svolto da equipaggi specializzati dei Vigili del Fuoco e della Guardia di Finanza, con a bordo personale sanitario e tecnici del soccorso alpino. Un elicottero può raggiungere in pochi minuti zone che a piedi richiederebbero ore, effettuare il recupero con il verricello o posare l'equipaggio direttamente sul terreno. Ma l'elicottero non è una garanzia assoluta: nebbia fitta, vento forte, nevicata intensa o buio possono renderne impossibile l'impiego. In quei casi si torna al soccorso "a mano": squadre che salgono a piedi, con barella da montagna, corda e molta pazienza, spesso per ore.
Non va dimenticato il soccorso speleologico, che condivide la stessa struttura: recupero di speleologi infortunati o di persone finite in grotta per caso, in ambienti sotterranei dove ogni movimento va calcolato al millimetro.
Come chiamare i soccorsi nel modo giusto
La chiamata di emergenza è il momento in cui molte persone si bloccano, prese dal panico o dal timore di "dare fastidio". In realtà i soccorritori preferiscono una chiamata in più a un intervento arrivato tardi. Quel che conta è dare informazioni precise e utili:
- dove vi trovate, con il maggior dettaglio possibile: quota, versante, riferimenti riconoscibili, coordinate GPS dal telefono se disponibili;
- cosa è successo e quante persone sono coinvolte;
- le condizioni delle persone: coscienti, che respirano, ferite visibili;
- le condizioni del tempo e della luce;
- se ci sono pericoli in atto, come altre persone in zona valanga o un infortunato in posizione instabile.
Restare a disposizione al telefono, se possibile, è fondamentale: i soccorritori potrebbero avere bisogno di altri dettagli mentre sono in volo o in avvicinamento. Se il segnale è scarso, come spesso accade in montagna, può aiutare spostarsi di pochi metri verso un punto più elevato o in direzione di una cresta.
Il tema del costo: cosa prevede la legge italiana
Una domanda ricorrente è se il soccorso alpino vada pagato. In Italia l'intervento di soccorso è gratuito per chi ne ha bisogno, indipendentemente dall'errore commesso. Il dibattito sulla responsabilità di chi si espone in modo imprudente esiste ed è legittimo, ma il principio resta quello di non scoraggiare mai le chiamate di emergenza: ritardare un allarme per paura di una multa o di una nota di spesa può costare una vita. Ciò non significa che la montagna perdoni tutto: significa che il sistema si basa sulla fiducia e sulla responsabilità personale, non sul timore della sanzione.
Prevenzione: la parte che nessun soccorritore può sostituire
Chi lavora nel soccorso alpino lo ripete sempre: il miglior intervento è quello che non serve. La prevenzione non è retorica, è una serie di abitudini concrete.
La prima è la pianificazione. Consultare il bollettino meteo e, in inverno, il bollettino valanghe, valutare il proprio livello rispetto all'itinerario scelto, informare qualcuno su dove si va e a che ora si pensa di rientrare. Un messaggio lasciato a un familiare o a un amico accelera enormemente le ricerche se qualcosa va storto.
La seconda è l'equipaggiamento. Non serve lo zaino pieno fino al collo, ma alcune cose non sono negoziabili: acqua a sufficienza, indumenti a strati per fronteggiare i cambiamenti meteo, una giacca antivento, una fonte di luce anche per gite di giorno, un power bank per il telefono. In caso di maltempo improvviso, la differenza tra un inconveniente e un'ipotermia la fa spesso quello che c'è nello zaino.
Per lo scialpinismo e le escursioni invernali su terreno innevato, la dotazione minima comprende Artva, pala e sonda, e soprattutto l'addestramento al loro uso. Possedere un Artva nello zaino senza saperlo usare è come avere un estintore dietro una vetrata: inutile al momento del bisogno. Esistono corsi di autosalvataggio in valanga organizzati da associazioni alpine e guide: poche giornate che possono salvare la vita propria o di un compagno.
La terza è la capacità di rinunciare. Girare a metà percorso perché il tempo è cambiato o perché il gruppo è lento non è un fallimento, è esattamente il contrario. Molte operazioni di soccorso partono da itinerari "che si potevano fare", affrontati con troppo ritardo o in condizioni che due ore prima erano diverse.
Cosa fare in attesa dei soccorsi
Se qualcuno del gruppo si infortuna e l'elicottero non può arrivare subito, alcuni principi valgono sempre. Non muovere un infortunato con un sospetto trauma alla colonna vertebrale, a meno che non ci sia un pericolo imminente come una valanga o un crollo. Proteggerlo dal freddo e dal vento, con indumenti extra o un telo da bivacco, che in montagna è uno degli oggetti più preziosi in rapporto a peso e ingombro. Monitorare lo stato di coscienza e la respirazione. E valutare con lucidità se gli altri componenti del gruppo possono scendere a cercare aiuto o se è meglio restare tutti insieme: abbandonare una persona da sola, ferita e in un ambiente ostile, è una scelta da fare solo in casi estremi e ben ponderati.
Un sistema fatto di persone
Dietro ogni intervento di soccorso alpino ci sono persone che hanno passato anni a formarsi, che conoscono ogni parete e ogni vallata della loro zona, e che pagano di persona — in tempo, in energia, a volte in rischi — per portare a casa qualcuno che non conoscono. Questo aspetto umano è forse il più importante da ricordare. Il soccorso alpino non è un servizio impersonale attivato con un'app: è una comunità che decide, volontariamente, di stare in montagna anche quando tutti gli altri scendono.
Per chi ama la montagna, la conclusione è semplice ma non banale. Godersi sentieri, creste e discese è un diritto; farlo con preparazione, prudenza e rispetto per le proprie condizioni è il modo di non trasformare quella passione in una chiamata al 112. E se proprio il giorno sbagliato arriva, sapere come funziona il sistema, cosa dire e come comportarsi in attesa può fare la differenza che conta davvero.