Dimenticate i commissari solitari che risolvono omicidi intricati sorseggiando vino pregiato con vista sul mare, o i profiler geniali capaci di decifrare la mente di un assassino con un solo sguardo. Lorenzo Coliandro è molto più propenso a ritrovarsi con il naso sanguinante in un vicolo buio di Bologna, ascoltando punk rock a tutto volume, subito dopo aver fatto un commento clamorosamente fuori luogo. In un panorama televisivo spesso popolato da investigatori tormentati ma infallibili, l'ispettore nato dalla penna di Carlo Lucarelli e portato in vita da Giampaolo Morelli rappresenta un'anomalia meravigliosa. È un disastro ambulante che, contro ogni previsione logica, finisce quasi sempre per inciampare nella verità.
Il segreto della longevità di questo personaggio, capace di tenere incollati allo schermo milioni di spettatori per quasi due decenni, risiede nella sua profonda e disarmante umanità. Coliandro non è un poliziotto da manuale. Guida una Golf GTI scassata, ha un rapporto perennemente conflittuale con l'autorità e le sue tattiche di indagine farebbero rabbrividire qualsiasi garante. Eppure, sotto la scorza di un uomo politicamente scorretto, vanitoso e spesso goffo, batte un cuore con una bussola morale incrollabile. Non combatte il crimine per gloria o per un senso di giustizia astratto; lo fa perché è il suo lavoro, e perché visceralmente non sopporta i prepotenti.
Gran parte del merito di questa riuscita va all'ecosistema in cui il personaggio si muove. Bologna non è un semplice sfondo di cartapesta, ma un coprotagonista silenzioso. La città emiliana, con i suoi portici, la sua nebbia e la sua vivace controcultura, offre il terreno di coltura perfetto per un personaggio che vive ai margini del sistema pur facendone parte. I Manetti Bros., registi storici della serie, hanno saputo catturare questa energia trasformando il classico poliziesco all'italiana in un prodotto ibrido. Hanno mescolato le atmosfere noir con il ritmo frenetico dei fumetti e della commedia d'azione, creando un linguaggio visivo unico che ha svecchiato la fiction nostrana, allontanandola dai toni paludati dei procedurali tradizionali.
C'è poi la questione, spesso dibattuta, della sua incorrettezza. In un'epoca in cui i personaggi di finzione vengono talvolta ripuliti da ogni difetto per evitare polemiche, Coliandro si presenta come un concentrato di imperfezioni. Fa battute infelici, giudica le persone dalle apparenze, cede a stereotipi e commette errori di valutazione clamorosi. Ma è proprio questa fallibilità a renderlo autentico. Lo spettatore non lo guarda con ammirazione distaccata, ma con complicità. Riconosciamo in lui la nostra stessa inadeguatezza di fronte alle complessità della vita quotidiana, solo che lui ha il coraggio — o la pura incoscienza — di lanciarsi a capofitto nei guai pur di uscirne con le mani pulite.
Il rapporto con i suoi colleghi e superiori, dal paziente ispettore Borromini all'esilarante sovrintendente Gargiulo, funge da cassa di risonanza per le sue mancanze, trasformando la questura in un microcosmo di dinamiche umane riconoscibili. Nessuno lo stima per le sue capacità deduttive, ma tutti sanno che, quando la situazione si fa disperata, è l'unico disposto a sporcarsi le mani.
Alla fine, il vero fascino di Lorenzo Coliandro non sta in ciò che sa fare, ma in ciò che è. È la dimostrazione che per difendere la parte giusta non serve essere perfetti, colti o irreprensibili. Basta avere la testardaggine di rialzarsi dopo l'ennesimo pugno in faccia, magari lamentandosi un po', spolverarsi la giacca e continuare a correre verso il prossimo, inevitabile pasticcio.
L'arte di prendere botte e fare la cosa giusta: il fascino imperfetto dell'Ispettore Coliandro
Source: HotArticle
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