Ogni trasferta del Cagliari comincia il giorno prima. Non per scelta tattica, ma perché da Cagliari si parte in aereo o in nave, e non esiste un'autostrada che colleghi l'isola al continente. Sembra un dettaglio da ufficio stampa, e invece è il modo più rapido per capire di che club stiamo parlando: una squadra che in Serie A si porta dietro un'isola intera.
Non è una posa romantica. È una condizione concreta, fatta di chilometri, di un bacino di tifosi che coincide con una regione, di uno stadio che da oltre dieci anni non ha una casa definitiva e di un mito che pesa sulla maglia rossoblù da più di mezzo secolo.
L'unica maglia della Sardegna
La Sardegna ha circa un milione e seicento mila abitanti e una sola squadra che abbia mai giocato in Serie A. Questo cambia il rapporto tra il club e il suo pubblico. Il Cagliari non rappresenta una città: rappresenta un territorio che va da Carbonia a Olbia, passando per Oristano, Nuoro, Sassari e cento paesi dove la domenica pomeriggio la partita è l'unico appuntamento collettivo.
Il nord dell'isola ha le sue storie e le sue squadre — la Torres su tutte — ma quando si parla di massima serie la Sardegna parla con una voce sola. E poi c'è la parte che raramente finisce nei racconti sul calcio: l'emigrazione. Generazioni di sardi si sono trasferite a Torino, Milano, Genova, in Germania, in Belgio. Molti di loro non hanno mai vissuto a Cagliari, eppure seguono il club da trent'anni. Per questo le trasferte al Nord hanno qualcosa di strano: il settore ospiti si riempie di persone che non hanno fatto il viaggio dall'isola, ma che considerano quella maglia la loro ultima appartenenza geografica.
Una società senza questo retroterra può permettersi di essere solo una società sportiva. Il Cagliari no.
Riva, il lombardo diventato isola
Gigi Riva era nato a Leggiuno, in provincia di Varese, sulle sponde del Lago Maggiore. Arrivò in Sardegna nel 1963, vent'anni appena compiuti, e non se ne andò più. Questa è la prima cosa da capire: il simbolo assoluto dell'identità sarda è stato un uomo del Nord che ha scelto di restare quando avrebbe potuto andarsene.
Le cifre sono note: 164 gol in Serie A, tutti con la stessa maglia, quattro titoli di capocannoniere, una Europeo vinto con l'Italia nel 1968 e una finale mondiale due anni dopo. Ma il numero che conta davvero è un altro: quante volte ha detto no. Juventus, Inter, offerte che avrebbero moltiplicato il suo stipendio. Riva rifiutò, e in cambio ricevette un ruolo che nel calcio italiano hanno avuto pochissimi: non campione, ma padre fondatore.
Gianni Brera lo ribattezzò "Rombo di Tuono", e il soprannome è rimasto più del nome. Quando Riva è morto, nel gennaio 2024, Cagliari si è fermata per giorni. Ma il punto non è la commemorazione. Il punto è il peso che quel mito scarica su ogni attaccante rossoblù che arriva dopo: se segni venti gol, qualcuno ti ricorderà che lui ne faceva venti con le costole rotte. È un'eredità straordinaria e scomoda, e spiega perché a Cagliari il rapporto con i centravanti sia sempre più emotivo che tecnico.
Il campionato del 1970
C'è una stagione che resta lì, come un metro di paragone impossibile. Nel 1969-70 il Cagliari di Manlio Scopigno vinse lo scudetto chiudendo davanti all'Inter, con Riva capocannoniere e una difesa che per mesi sembrò invalicabile. In porta c'era Enrico Albertosi, a guidare il reparto Pierluigi Cera, in avanti Angelo Domenghini e il brasiliano Nené.
Non fu un caso isolato: quella squadra arrivava da anni di crescita e veniva da un secondo posto alle spalle della Fiorentina. Fu piuttosto l'apice di un ciclo costruito con pazienza, un modello che oggi definiremmo "provinciale" solo per ignoranza. Per una città di medie dimensioni, in un'epoca senza i ricavi televisivi attuali, battere Milano e Torino aveva un significato che va oltre il calcio.
Poi arrivò il declino, come spesso accade ai cicli brevi: nel 1976 il Cagliari retrocesse in Serie B e Riva, ormai logorato dagli infortuni, si ritirò. Da allora la storia del club è fatta di risalite, cadute e lunghi ritorni in massima serie, con qualche picco — le semifinali di Coppa UEFA nei primi anni Novanta, la promozione del 2004 con Gianfranco Zola a chiudere la carriera in rossoblù — e molte stagioni passate a lottare per non sparire.
Uno stadio che non c'è ancora
Se si vuole capire perché il Cagliari fatichi a restare stabilmente nella parte sinistra della classifica, bisogna guardare fuori dal campo. Il vecchio Sant'Elia, inaugurato nel 1970 e utilizzato anche durante i Mondiali del 1990, è stato chiuso nel 2012 e poi definitivamente abbandonato. Da allora la squadra gioca in una struttura provvisoria, oggi chiamata Unipol Domus, con poco più di sedicimila posti.
Sedersi lì è un'esperienza particolare: lo stadio è piccolo, il pubblico è vicino, l'atmosfera è calda. Ma un impianto temporaneo non produce ricavi da stadio, non genera hospitality, non attira grandi eventi. Il progetto del nuovo stadio, sul sito dell'ex Sant'Elia, va avanti da anni tra vincoli, ricorsi e ritrovamenti archeologici. Fino a quando non diventerà realtà, il Cagliari continuerà a competere con un handicap strutturale rispetto a club che hanno già il proprio impianto di proprietà.
È il tipo di problema che non si risolve con un mercato azzeccato. Si risolve con il tempo e con le autorizzazioni, cioè con la parte meno romantica del calcio.
Come si compete con il budget più piccolo
Detto questo, il Cagliari ha una strategia riconoscibile, e funziona meglio di quanto ci si aspetterebbe. Il club ha uno dei fatturati più bassi della Serie A, quindi non compra campioni: cerca giocatori sottovalutati, valorizza il vivaio, rivende al momento giusto. Nicolò Barella, cresciuto nelle giovanili rossoblù e poi diventato titolare in Nazionale, è l'esempio più chiaro. Radja Nainggolan, pescato dal Piacenza e rivenduto alla Roma, è un altro.
Funziona anche la gestione umana. Nell'estate del 2023 la promozione è arrivata vincendo i playoff a Bari, e sulla panchina c'era Claudio Ranieri, che a Cagliari aveva già scritto una pagina memorabile portando la squadra dalla Serie C alla A tra il 1988 e il 1990. Il suo ritorno, la salvezza conquistata nel 2024 e il commiato in lacrime hanno ricordato una cosa semplice: in un club come questo, l'allenatore non è solo un tecnico, è il volto pubblico di una comunità che vuole essere rappresentata bene. Anche per questo gli avvicendamenti in panchina, negli ultimi anni, sono stati frequenti e sempre accompagnati da dibattito.
Il resto lo fanno i tifosi. Il Cagliari riempie il suo stadio con continuità, anche nelle stagioni difficili, anche dopo una retrocessione. Non è una cosa scontata in un campionato dove molte città più grandi faticano a garantire presenze decenti.
Alla fine, il modo migliore per misurare questo club non è la classifica. È la domenica: migliaia di persone che partono da Oristano, da Nuoro o da Sassari, prendono la macchina per due ore e si siedono in uno stadio che sta ancora aspettando di essere costruito. Portano con sé una maglia rossoblù e la sensazione, mai del tutto spiegabile, di rappresentare qualcosa di più grande di una partita di calcio.