Quando si pronuncia il nome di Gianni Alemanno, due immagini affiorano quasi contemporaneamente: il giovane militante del Fronte della Gioventù che saliva i gradini della politica con passo deciso, e l’ex sindaco di Roma travolto da inchieste, condanne e un percorso che sembra non trovare mai una direzione definitiva. Ma la sua storia merita uno sguardo meno schematico, perché contiene domande che vanno oltre la cronaca giudiziaria e riguardano il rapporto tra destra sociale, istituzioni e memoria collettiva.
Alemanno si è sempre mosso all’incrocio tra tre mondi: la destra missina ereditata dalla tradizione post-fascista, il tentativo di costruire una destra di governo presentabile, e quella galassia di movimenti extraparlamentari che ha cercato di tenere insieme identità e lotta sociale. La sua esperienza da ministro delle Politiche agricole e soprattutto da primo cittadino di Roma, tra il 2008 e il 2013, rappresenta forse l’apice di un disegno politico che puntava a normalizzare una certa area senza rinnegare del tutto le radici.
Il quinquennio al Campidoglio viene ricordato più per le polemiche che per le realizzazioni concrete. La gestione dell’emergenza rifiuti, lo scontro con i movimenti per la casa, le accuse di infiltrazioni malavitose negli appalti e l’inchiesta “Mafia capitale” hanno progressivamente eroso la credibilità di un’amministrazione nata sotto il segno della “terza via” capitolina. Eppure, a ben guardare, il problema non era solo giudiziario. Manca, tuttora, una riflessione approfondita su come quella giunta abbia interpretato il rapporto con i quartieri popolari e con le periferie, spesso utilizzate come serbatoio elettorale senza un reale progetto di trasformazione urbana.
La vicenda personale di Alemanno, con le condanne per il caso “Mafia capitale” e per finanziamento illecito, non è soltanto la cronaca di un uomo che ha sbagliato. È anche la dimostrazione di un sistema di potere che, nella capitale, ha trovato terreno fertile per decenni, indipendentemente dal colore politico. Concentrare l’attenzione solo sul singolo personaggio rischia di nascondere le responsabilità di un ceto politico e imprenditoriale che ha normalizzato pratiche opache, lasciando poi ai tribunali il compito di tracciare i confini tra politica e affari.
Negli ultimi anni l’ex sindaco ha tentato più volte di ricostruire uno spazio politico autonomo, dal movimento Prima l’Italia al comitato “Fermare la guerra”, oscillando tra richiami al sovranismo, aperture al mondo pacifista e ambiguità su temi identitari. Ogni progetto, tuttavia, sembra scontrarsi con lo stesso ostacolo: la difficoltà di tenere insieme una base frammentata e la scarsa capacità di elaborare una proposta che vada oltre la testimonianza.
Forse la domanda più interessante non è se Alemanno tornerà a contare qualcosa nella politica romana. È piuttosto cosa rappresenti oggi il “modello Alemanno” nell’immaginario di una certa destra: un’occasione persa, un capro espiatorio, o la dimostrazione che la sintesi tra legalità e radicalismo sociale resta una chimera. In un’epoca in cui i confini tra destra e sinistra si confondono su questioni come lavoro e disuguaglianze, la sua traiettoria può servire da specchio per capire quanto sia difficile, per un movimento che nasce ai margini, governare senza smarrire l’anima o senza scivolare nelle zone grigie che la capitale, da sempre, sa offrire a chi cerca scorciatoie.
Parlare di Alemanno, alla fine, significa parlare di Roma, delle sue contraddizioni irrisolte e del modo in cui la città ha metabolizzato, o non ha metabolizzato affatto, una stagione politica che molti vorrebbero dimenticare. Ed è forse proprio questa rimozione a rendere attuale il confronto: perché le domande che la sua esperienza ha lasciato aperte — sulla legalità, sulla rappresentanza delle periferie, sul rapporto tra identità e istituzioni — sono ancora lì, in attesa di risposte che nessuno, per ora, ha davvero fornito.
L’eredità scomoda di Gianni Alemanno: cosa dice di noi la parabola dell’ex sindaco
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